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  franca [ il blog della domenica ]
         

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Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

Per leggere i post qui sotto, cliccaci sopra. Per tornare alla pagina principale, clicca nella colonna di destra "Ultime cose"

Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


10 giugno 2011

Maria, Elisabetta, il valore del "segno"

Dalvangelo secondo Luca (Lc 1,39-48)

In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appe­na Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che deb­bo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signo­re e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perchè ha guardato l’umiltà della sua serva».

1. I segni sono gli interven­ti di Dio nella nostra storia. Attraverso di essi Dio continuamente ci parla: ci aiuta, ci incoraggia, ci interpella, ci provoca… Egli accompagna sempre una grande richiesta di fede con un segno visibile, verificabile, in modo da rendere credibile e “umana” la fede che ci chiede.Ci sono dei credenti che sottovalutano “i segni”, come real­tà adatta a coloro che sono anco­ra infantili nella fede, e ci so­no credenti che sopravalutano “i segni” al punto tale da fonda­re la propria fede solo su quelli. Se da una parte è vero che la fede è legata alle cose che non si vedono, dall’altra la Parola di Dio ci dice che la fede è spesso veicolata, sostenuta e guidata (non creata) dal “segno”.

Un se­gno è stato dato a Mosè nell’esperienza del roveto ardente (Es 3,12: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”), un se­gno è stato dato a Gedeo­ne... Anche ai pastori di Bet­lemme verrà dato un segno (Lc 2,12: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangia­toia”). A Maria l’angelo dà un segno: “Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossi­bile a Dio” (Lc 1,36-37).

 2. Il testo evangelico narra l’incontro tra Maria ed Elisabetta: Maria con­stata il segno datole dall’angelo e loda Dio per la maternità mes­sianica. Nel testo ci sono diversi elementi da evidenziare. Vedia­mone quattro.

* La sequenza narrativa è linea­re: l’angelo ha annunciato il segno, Maria va a constatarlo, Maria innalza un inno di lode incompa­rabile a Dio che l’ha resa madre del Messia. La lode in oriente esprime sempre la rico­noscenza per un beneficio ricevuto.

* Le due donne sono “rivelazio­ne” l’una per l’altra. Elisabetta, con la sua maternità è “rivelazio­ne” (segno) per Maria. Anche Maria, però, è “rivelazione” per Elisabetta. Al saluto di Maria il bambino, che è nel grembo di Elisabetta, “sussulta” e “esulta di gioia” ed Elisabetta, per ope­ra dello Spirito, esperimenta il suo ruolo di profeta nei confron­ti di Maria.

* Il ruolo dello Spirito, discreto e possente, muove tutta l’azio­ne. Egli è il “creatore” della ma­ternità di Maria ed è colui che investe Elisabetta perché procla­mi tale maternità. Solo per opera dello Spirito esiste la maternità verginale, solo nello Spirito tale maternità è comprensibile nella sua verità e portata salvifica.

* Maria non è solo madre del Messia (cfr. il saluto angelico), ma anche madre di Dio. Elisa­betta, infatti, saluta Maria come “ la madre del mio Signore”. E questo Signore è Gesù. Alla fine, Elisa­betta annuncia una beatitudine su Maria: “...beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. In questo caso “Signore” è Yahweh. (Si tratta del nome adoperato da tutta la traduzione dei LXX, traduzione greca dell’A.T., per designare Yahweh, Dio d’Israele). Yahweh e Gesù vengono chiamati con lo stesso nome (Signore) da Elisa­betta, “piena di Spirito Santo”. Maria, dunque, è madre di colui che riceve da Dio “il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2, 9-11).



i cieli narrano la gloria di Dio
l'opera delle sue mani annuncia il firmamento
(salmo 18)




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10 giugno 2011

Gesù sarà un nuovo Emmanuele, secondo la profezia, dice il vangelo di Matteo. In che senso?

Mt 1,21-23 “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati.” Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio
che sarà chiamato Emmanuele,
che significa Dio con noi.

La domanda è apparsa qui:  http://it.answers.yahoo.com/question/index;_ylt=AlAsT7TcG3A0BfIiEgOTmR_wDQx.;_ylv=3?qid=20091215105450AAR3S8K

 e la mia risposta è stata questa:

Emmanu-El, Dio con noi: serve a illustrare chi è Gesù, richiamando la profezia di Isaia 7,14: "...Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele." (Questa traduzione viene dalla Bibbia dei LXX dove ‘almah, giovane donna, venne reso col greco parthènos, vergine; ne scrivo dopo).
Il testo che precede e che segue quel versetto è importante per capirne il senso (lo puoi trovare qui, clicca Isaia 7). Vi si dice che il regno di Giuda è attaccato da due re. Acaz re di Giuda teme, ma il Signore lo tranquillizza, promettendo che il suo regno non sarà invaso se si fiderà di Lui. E gli dà un segno, che io qui traduco col linguaggio nostro di oggi: «Non temere di mettere incinta la tua giovane donna/moglie (in caso di invasione le donne incinte venivano sventrate dai nemici per uccidere il nascituro, possibile futuro vendicatore); mettila pure incinta, perchè entro pochi anni (prima che il bimbo cresca, quando ancora “mangerà panna e miele”, prima che abbia l'uso di ragione "impari a rigettare il male e a scegliere il bene"), i paesi che temi saranno rasi al suolo dagli Assiri e abbandonati dai loro abitanti».
Il bimbo che nascerà quindi sarà il segno dell’impegno che Dio prende con Acaz e attraverso di lui con tutto il popolo. Quel bimbo sarà la concretizzazione vivente che Dio mantiene la parola, “Dio è con noi”. Quel bimbo impegna Dio, è salvezza. La profezia antica si inserisce nella tradizione messianica; cioè, si realizza nell’oggi di Acaz e del regno di Giuda, ma è anche promessa di qualcosa di più grande, la presenza continua e continuamente rinnovata di Dio tra i suoi.

--> 1. la Parola di Dio ci dice che la fede è spesso veicolata, sostenuta e guidata da segni. Acab all’inizio non vuole chiedere il segno: non vorrebbe impegnarsi con Dio. E’ Dio stesso allora che prende l’iniziativa, e s’impegna (chi ha fede lo sa, sempre è così, è lui che ci rincorre e ci salva…)
Nella Bibbia è chiaro il rapporto fede-segno: la fede non è cieca ma neanche frutto di pura razionalità, si basa sull’esperienza personale. E i segni sono interventi di Dio nella nostra storia, attraverso i quali Dio continuamente ci parla con i fatti: ci aiuta, ci incoraggia, ci interpella, ci provoca... Egli accompagna sempre una grande richiesta di fede con un segno visibile, verificabile, in modo da rendere credibile e “umana” la fede che chiede.
Un segno è stato dato a Mosè nell’esperienza del roveto ardente (Es 3,12: “Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte”), un segno è stato dato a Gedeone (Giudici 6, il vello...) Anche ai pastori di Betlemme è dato un segno (Lc 2,12: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”). A Maria l’angelo dà un segno: “Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,36-37) e Maria si avvia “in fretta” a verificare il segno dato dall’angelo: solo dopo l’incontro con la cugina capisce che le parole dell’angelo sono vere, non sono una sua allucinazione, e solo allora eleva la lode a Dio.
(Noi, oggi, sappiamo ancora scorgere i Suoi segni nella nostra vita?)

--> 2. La traduzione dei Settanta o Bibbia dei Settanta (LXX). E’ la traduzione in greco ellenistico fatta da rabbini o intellettuali ebrei dell'area alessandrina (Egitto) nel II-I secolo a.C. (non risente perciò dell'influsso cristiano!); metto sotto il link di Wiki dove è spiegato più ampiamente.
Qui la LXX traduce “vergine”, non "giovane donna" come è nell'ebraico originale. Come mai? Possiamo dire che la rivelazione è progressiva, che forse i sapienti capirono un po’ alla volta quel segno, il quale era più grande di quanto appariva al momento; possiamo supporre che ebbero una particolare ispirazione… Wikipedia qui dice: *Alterazioni volontarie di senso dovute all’attesa messianico-escatologica, particolarmente viva nei secoli precedenti la nascita di Cristo, che portò i traduttori della LXX o copisti successivi a sovrainterpretare e modificare alcuni passi…
In ogni caso i primi cristiani vi videro una profezia della maternità verginale di Maria, così come videro in quell’ “Emmanuele” la caratteristica di Gesù.
I cristiani scelsero quasi subito di rifarsi alla Bibbia dei Settanta; tale scelta fu definitiva dopo la caduta di Gerusalemme (70 d.C.), forse verso il 90 d.C. con il cosiddetto “concilio di Iamnia” (se ci fu); in quegli anni gli ebrei decisero di espellere i cristiani (prima li consideravano una specie di setta eretica, ma ancora ebraica) e inserirono nelle loro benedizioni-maledizioni una specifica maledizione contro di loro.
I cristiani confermarono la scelta biblica dei LXX anche in opposizione agli ebrei; la Bibbia originale ebraica comunque rimane sempre, anche per i cristiani, il testo di riferimento.

Fonti:

- Xavier Leon-Dufour, Dizionario di teologia biblica, Marietti
- mie conoscenze; quelle sulla B. dei LXX sono controllabili su
http://it.wikipedia.org/wiki/Bibbia_dei_Settanta
http://it.wikipedia.org/wiki/Canone_della_Bibbia




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10 giugno 2011

Dio, l’uomo, il segno e il sacramento

1. Sappiamo che tra gli esseri umani una persona, per comunicare le realtà più profonde del proprio mondo interiore (pensieri, sentimenti) ad un’altra persona, adopera il “segno”. La parola è un segno, il gesto è un segno. Un marito può far conoscere il sentimento di affetto verso la moglie o adoperando la parola (“ti amo”) o adoperando altri segni (il gesto della carezza o del bacio, un mazzo di rose ecc.). Tra le persone, dunque, non c’è comunicazione o esperienza “diretta”, ma sempre “mediata” dal segno. Il mondo interiore di una persona non può comunicare con il mondo interiore di un’altra persona se non attraverso il “segno”.

2. Con Dio avviene più o meno lo stesso. L’uomo e Dio comunicano e fanno esperienza. Dio ha scelto di comunicare e di fare esperienza al modo umano, attraverso il segno. Non esiste la comunicazione o l’esperienza diretta con Dio, ma solo quella mediata. Se ricordiamo come Gesù risorto ha comunicato con i suoi, ci si può ben ricordare che Egli, non venendo direttamente riconosciuto, ha attivato l’esperienza del segno nelle sue varie modalità (spezzare il pane per i discepoli di Emmaus, miracolo della pesca sul lago di Tiberiade, comunicazione personalizzata: “Maria!”). Dal “segno” è nato il riconoscimento del Cristo risorto.

3. Quanto è stato detto è uno degli elementi principali per comprendere il mistero del sacramento, che è segno “efficace”: Dio e l’uomo entrano in contatto vero, reale attraverso quei sette segni che la Chiesa chiama sacramenti. Esistono, poi, tantissimi altri segni personalizzati, che Dio mette nella nostra vita affinchè lo riconosciamo e camminiamo con Lui: c’è nella nostra vita un “filo rosso” che la guida, attraverso il bene e il male, la gioia e la sofferenza; ma non sempre è facile capirlo. I sacramenti sono segni dove possiamo stare sicuri dell’incontro con Dio attraverso Gesù.

Per chi ritenesse impossibile una cosa del genere, è bene ricordare quanto ha affermato il Signore per mezzo del Deutero-Isaia: “Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9). Dio senz’altro non è imbrigliabile nel nostri concetti. E’ sempre oltre. Ciò significa che Dio sceglie, come Egli crede, le sue strade di comunicazione con l’uomo. La cosa interessante è che la comunicazione di Dio è sempre operativa e creativa.

4. “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55, 10-11).

    Dio Padre ha rivelato la figliolanza divina di Gesù nel momento del Suo battesimo; nel sacramento del battesimo anche il credente diventa figlio di Dio, attraverso il dono dello Spirito Santo, che è lo stesso Spirito di Dio, dato a Gesù e a noi.

    Il battesimo è dunque il primo di quei sette segni attraverso i quali il Signore ha scelto di “comunicare efficacemente” con l’uomo. Questa “parola uscita dalla bocca di Dio”, come dice il brano appena citato, opera sempre ciò che Dio desidera, e Dio desidera sempre la salvezza della sua creatura.

Renato de Zan, in Il popolo settimanale della diocesi di Concordia-Pordenone, 9-1–2000 (con piccole modifiche)




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10 giugno 2011

EUCARESTIA COME CENA

Perché Gesù ha scelto di istituire l’eucarestia durante una cena, e parla di “mangiare” e “bere” il suo corpo e il suo sangue?
   Adesso noi non celebriamo più come agli albori della chiesa nascente, facendo davvero una cena di povertà, in cui ognuno portava noi non celebriamo più come agli albori della chiesa nascente, facendo davvero una cena di povertà, in cui ognuno portava quello che aveva e si condivideva tutto; e in questa condivisione della “cena del Signore” veniva celebrata l’eucarestia. Ma, anche se noi oggi non facciamo più così, lo spirito di quel “mangiare insieme” resta. E ci chiediamo: come capire oggi l’eucarestia all’interno di questo schema culturale biblico?
   Ci sarebbero tante cose da dire. Per esempio, per l’orientale mangiare assieme significava accettare la persona così com’era, non pretendere di violare la sacralità della persona attraverso la curiosità, attraverso il possesso di notizie, peggio ancora attraverso la pretesa che l’altro si modifichi perché diventi a noi gradito. Abramo accoglie a Mambre Dio e i suoi due angeli, senza chiedere chi sono. Mangia con loro; e sarà Dio a confidare ad Abramo il suo progetto. Dunque il mangiare insieme significa mangiare insieme alle persone, accettandole per ciò che sono, non per ciò che noi vorremmo che fossero. Questo è il primo elemento del mangiare insieme nel mondo ebraico; e Gesù ha installato l’eucarestia in questo atteggiamento, in questa mentalità. Dunque celebrare l’eucarestia non è solo rendere presente sacramentalmente (e quindi realmente) Gesù, quasi come in un gioco di prestigio; ma è prima di tutto un atteggiamento interiore. Gesù mi accetta per quello che sono; ed io a mia volta accetto l’altra persona, quella che mi siede accanto – marito, moglie, genitori, figli, un conoscente, uno sconosciuto – per quello che è. Non per ciò che io vorrei che lui, che lei fosse. Allora la celebrazione non è solo un qualche cosa che fa il prete, da solo, con i suoi chierichetti, ma è una realtà che nasce dalla nostra interiorità: il nostro mondo interiore diventa quella coppa che sa accogliere Dio nella sua presenza reale, in mezzo a noi, nella sua parola e nelle specie eucaristiche. Ma se non siamo capaci di accettare gli altri e vogliamo che il mondo e le situazioni si ritaglino dentro alla nostra mentalità, non abbiamo l’atteggiamento adatto per celebrare l’eucarestia, per entrare nel suo mistero.
   Mangiare insieme, ancora, per il mondo biblico – e cioè lì dove Gesù ha voluto iniziare la sua presenza nella storia e nei segni sacramentali – è anche fare memoria. L’orientale aveva, preciso, questo atteggiamento interiore: se noi oggi esistiamo, ed esistiamo così, è perché Dio in passato ha fatto qualche cosa. Dio in passato ha liberato gli ebrei dalla schiavitù dell’Egitto ed è per questo che noi oggi viviamo in Palestina; è per questo che possiamo trovarci qui a mangiare assieme, liberi, i frutti del nostro lavoro -  quel po’ di olive, quel po’ di carne -  qui, da credenti, nella terra che Dio ha donato ai nostri patriarchi. Quindi quel gesto di salvezza non è stato vissuto solo dai nostri padri, ma io ne porto le felici conseguenze.
   Usciamo dal testo biblico. Noi siamo qui come credenti; e siamo credenti perché prima di noi c’è stata una generazione che ha creduto. E prima ancora un’altra. E in là nel tempo c’è stata una generazione che è stata martire e ha dato la sua testimonianza di vita perché a distanza di tempo lungo i secoli anche noi potessimo credere. E nell’eucarestia noi non possiamo dimenticare queste nostre radici. Noi siamo figli di martiri. Gente che ha saputo morire per essere coerente alla propria fede.
   Celebrare l’eucarestia vuol dire accomunare alla morte e alla resurrezione di Cristo anche questa testimonianza, questa opera che Dio ha compiuto nella storia attraverso delle persone, che poi, in una lunga catena, diventano, padri, madri della fede che noi abbiamo. Non possiamo dimenticare questa storia di salvezza: noi non siamo una comunità nata oggi, dal niente. Abbiamo le radici nella storia. Ed è nella storia che Dio ci salva.
   E ciò che abbiamo vissuto stamattina, ieri sera, questa settimana, non è avvenuto per caso; è perché potessimo trovarci qui, a celebrare ancora una volta ciò che Dio ha compiuto per noi; anche se in passato quel gesto salvifico è caduto, in maniera immediata, sulle spalle di altre persone. Ma l’obiettivo ultimo eravamo noi, oggi. La parola di Dio ce lo richiama. La memoria che ognuno di noi ha sul proprio vissuto quotidiano riesce a capire che noi nella Messa ritroviamo quel Dio che abbiamo già sperimentato stamattina, ieri sera, tutta la settimana, il mese scorso, gli anni passati.
   Non si può celebrare la presenza reale di Dio, se questo Dio non lo abbiamo già visto, esperimentato, toccato nella nostra vita quotidiana. E’ un punto di arrivo.
   Mangiare nel mondo biblico ha ancora altri significati, ma per ora rimaniamo con questi: proviamo a tenerli, a custodirli dentro. A farli abitare dentro di noi. Celebrare l’eucarestia significa accettare gli altri per ciò che sono, non per ciò che noi vorremmo che fossero, perché così Dio si comporta nei nostri confronti. Non ci sono, fuori dalla porta della chiesa, due angeli che dicono: tu entri; ma tu no, perché non sei secondo i comandamenti. Dio ci accoglie tutti. Per ciò che noi siamo.
   E poi fare memoria: nella Messa non incontriamo un Dio sconosciuto, è lo stesso Dio che incontriamo durante la giornata, quando le cose ci vanno bene e quando ci vanno male. Quando lo preghiamo per ringraziare, o per chiedere. E’ il Dio che invochiamo sommessamente quando siamo ammalati di tristezza, è quel Dio che dimentichiamo quando siamo ebbri di gioia. E’ sempre lui. Ma se non abbiamo questa capacità di fare memoria, questo Dio, che non siamo stati capaci di riconoscere nella vita, non lo riconosceremo neppure nella celebrazione. Se invece lo abbiamo percepito presente nella nostra giornata, allora riusciremo a percepirlo presente, operante, parlante, anche nel mistero che celebriamo.


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10 giugno 2011

CORPO E SANGUE

Gesù nostro cibo: che cosa significa? Per rispondere, potremmo scegliere diversi itinerari. Un itinerario biblico potrebbe condurci dall’antica alla nuova “alleanza”, cioè un rapporto con Dio che veniva sancito proprio da un pasto sacro, dove la vittima condivisa diventava garanzia di unione tra le persone che contraevano questa alleanza. Potremmo scegliere anche un’altra strada e chiederci come mai Gesù ha collocato l’eucarestia nell’ultima cena; allora la domanda sarebbe: che senso aveva nel mondo biblico il mangiare insieme?
   Nell’eucarestia c’è una ricchezza inesauribile di significati. Qui ci soffermiamo solo su un elemento molto semplice: nel linguaggio biblico corpo e sangue significano la persona. Per noi, cibarci della persona di Cristo che cosa significa?
   Dentro a noi cattolici c’è molto spesso una specie di involontaria spaccatura: da una parte i dieci comandamenti, i precetti della chiesa, dall’altra una figura di Gesù remissiva e dolce, che non provoca, che non mette in discussione. Nella chiesa nascente non era così. La persona di Gesù era la morale del credente. E quindi si cercava di fare propria la sua sensibilità, la sua mentalità: la sua persona. Dunque, questa comunione eucaristica che noi viviamo in ogni Messa non è altro che il punto finale di un lavorìo interiore che noi facciamo da sempre: durante la giornata, nella nostra vita, nel nostro quotidiano, nel nostro lavoro, in famiglia, noi cerchiamo di far vivere dentro di noi il suo modo di pensare, il suo stile, il suo modo di rapportarsi con gli altri…; quando abbiamo a che fare con il marito, la moglie, i figli, i genitori, i colleghi, i vicini di casa… Altrimenti, ciò che stiamo celebrando diventa qualche cosa di artificiale, di spaccato, lontano dalla nostra esistenza; rischiamo di recitare. Se invece nella nostra vita c’è il desiderio di imparare il suo stile, forse non ci riusciremo bene, forse non ci riusciremo del tutto, forse mancheremo, pazienza; ma abbiamo dentro di noi questo desiderio di dire come S. Paolo “Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”. Allora il gesto che compiamo nella Messa ha senso, perché diventa punto di arrivo della settimana trascorsa, punto di partenza per la settimana ventura. Allora ci accorgiamo che l’eucarestia non è un qualche cosa che si vive unicamente in chiesa; questo essere tutt’uno con Gesù Cristo lo viviamo nella nostra vita quotidiana, anche in quei luoghi che noi chiamiamo profani, anche in quei momenti che ci sembrano essere lontanissimi da un’esperienza religiosa, per esempio l’esperienza del divertimento o del piacere. Possiamo vivere benissimo quelle dimensioni della vita, ricchi dell’atteggiamento interiore che ci fa dire: Cristo, come lo vivrebbe al posto mio?
   Ma c’è un secondo aspetto. Nella Messa noi sentiamo la sua parola, proclamata dall’ambone. La chiesa ci dice che ogni volta che nell’eucarestia viene proclamata la sua parola, è Cristo stesso che la proclama. E quindi chi legge presta la sua voce a Cristo, perché torni a far risuonare la sua parola viva lì, dopo duemila anni. Accogliere questa parola, ascoltarla, capirla, meditarci sopra, farla diventare parte integrante della nostra vita, significa fare comunione con lui. Non a caso l’evangelista Giovanni chiama Gesù “Parola di Dio”, “Verbo di Dio”.
   Dunque vivere l’eucarestia non è solo un fatto sacramentale, non è solo un impegno morale; è anche un coltivare dentro di noi questo atteggiamento di ascolto, per cui non solo il pane e il vino diventano una realtà mistica (dentro di noi), ma anche, viene seminata dentro di noi questa parola. Possiamo allora dire che nella celebrazione della Messa noi fondamentalmente facciamo sempre due comunioni: una prima comunione con Lui come Parola di Dio, dove l’ascolto diventa il modo di comunicare; una seconda, la comunione sacramentale.

    E ce n’è una terza, quella che viviamo nella nostra giornata quotidiana, quando continuamente cerchiamo che questa Persona, che abbiamo fatta nostra attraverso l’ascolto della parola e attraverso l’esperienza sacramentale, diventi viva ed operante attraverso il nostro modo di agire, il nostro modo di parlare, il nostro modo di scegliere. E non importa se siamo manchevoli, perché alla manchevolezza si può sempre far fronte con la pazienza di un progresso, di un cammino e di una maturazione continua.

   Ciò che celebriamo significa dunque diventare un tutt’uno con Lui: attraverso il sacramento, ma anche attraverso l’ascolto e la testimonianza.


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