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  franca [ il blog della domenica ]
         

vecchio blog in ristrutturazione permanente

Anno liturgico
: celebra in successione gli eventi di salvezza. Inizia quattro domeniche prima di Natale con il “tempo di Avvento” e si chiude nell’anno solare successivo, con la domenica di “Cristo re”. Le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento sono disposte nell’arco di tre anni.
Anno liturgico “A”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Matteo;

anno liturgico “B”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Marco;

anno liturgico “C”:  si legge prevalentemente il vangelo secondo Luca;

Giovanni viene letto particolarmente nel tempo pasquale e nell’anno B (il vangelo secondo Marco infatti è il più breve).

Avvertenza anno 2009: da pochi mesi la liturgia si serve di una nuova traduzione dei testi biblici (perciò quella che si trova qui è leggermente diversa )

Per leggere i post qui sotto, cliccaci sopra. Per tornare alla pagina principale, clicca nella colonna di destra "Ultime cose"

Il vangelo di Marco 

Le donne nei vangeli

 

Due schede sull'eucarestia:

  -  Corpo e sangue

  -  Eucarestia come cena

 

Dio, l'uomo, il segno

Fede, rapporto con Dio e segno nella profezia dell'Emmanuele

Maria, Elisabetta e il valore del "segno"

 

 

 


24 novembre 2006

“Cristo re” : quale regalità?

26 nov. 2006 - 34ª domenica     del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Giovanni
(Gv 18,33-3712,44)
    In quel tempo, disse Pilato a Gesù: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».
    Rispose Gesù: «II mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimo­nianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

omelia
    Certamente Pilato e Gesù parlavano due linguaggi diversi; dietro alla parola “regno” per Pilato c’era il potere, il dominio; dietro alla parola “regno” per Gesù invece c’è la signoria di Dio: quel Dio che non occupa posto, non ti sottrae niente, ma permea tutto il tuo mondo interiore, le tue scelte, la tua capacità di valutare, il tuo modo di vedere le cose. Fondamentalmente esiste quella situazione che ritroviamo in un episodio forse più conosciuto di questo, lì dove Pietro prende in disparte Gesù e gli dice: “Tu non devi parlare così. Stai trionfando in mezzo alla gente, la gente ti segue; e tu a questa gente annunci che devi morire, che sarai sconfitto. Non è questo, proprio, il modo di creare una bella immagine di sé”. E Gesù risponde: “Pietro, ricordati che questo tuo non è il modo corretto di ragionare; perché tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio”. Pietro in quella occasione, Pilato in questo episodio, e forse tante volte noi nella nostra vita, siamo tra coloro che “ragionano secondo gli uomini” di fronte a situazioni, problemi o decisioni da prendere. E Gesù ci avverte che c’è un altro modo di pensare di fronte allo stesso fatto, c’è un altro modo di rapportarsi di fronte all’identica difficoltà; e ci sono altri parametri per decidere, di fronte al bisogno di prendere posizione su qualche cosa.
    In quest’ultima domenica dell’anno liturgico, facciamo un piccolo esame di coscienza proprio di fronte a questa domanda; di fronte alla figura di Pilato e di Pietro da una parte, e la figura di Gesù dall’altra. La nostra vita come la gestiamo? Pensando secondo gli uomini o secondo Dio? “Pensare secondo gli uomini” significa spesso ragionare con il criterio della forza, non dell’autorevolezza; con il criterio dell’imbroglio, non della chiarezza; con il criterio della sopraffazione, non quello del dialogo e della concordia; e potremmo portare molte altre esemplificazioni. “Ragionare secondo gli uomini” significa, ancora, agire; “ragionare secondo Dio” vuol dire essere capaci prima di contemplare, di ascoltare, poi di agire. “Ragionare secondo gli uomini” significa “noi vogliamo giustizia”; “ragionare secondo Dio” significa far dialogare la giustizia con il perdono; “ragionare secondo gli uomini” significa avere una vita frenetica; “ragionare secondo Dio” significa fermarsi e avere il coraggio anche di pregare e di fare silenzio; “ragionare secondo gli uomini” significa avere un’immagine e dare agli altri questa immagine, in modo che attraverso di essa io possa essere stimato; “ragionare secondo Dio” significa abbandonare il criterio del sembrare e abbracciare il criterio dell’essere.
    Noi allora ci chiediamo se alla fine di un anno abbiamo condotto la nostra vita secondo questo modo di pensare, che non è secondo gli uomini, ma secondo Dio. E se la risposta dovesse essere incerta, o dovesse essere sconcertante, tanto da dire “No, purtroppo la mia vita l’ho gestita secondo il criterio degli uomini e non secondo Dio”, sappiamo che Dio è magnanimo, che ci dà sempre la possibilità di recuperare, c’è sempre la porta aperta nella sua casa. Davanti a lui non abbiamo mai la cattiva, brutta esperienza di trovarci una porta chiusa. Abbiamo sempre la possibilità di rifarci.
   

P.S. Questa domenica, festa di Cristo Re, chiude l'anno liturgico; come ho già anticipato, anche il blog chiuderà. In un anno abbiamo percorso per tappe salienti tutto il vangelo - ossia il lieto annuncio - secondo Marco (con inserti giovannei), prendendo a guida la liturgia della domenica. Il lieto annuncio ha quattro versioni riconosciute come autorevoli, ma la più importante è quella "secondo noi stessi" e cioè quanto di questa gioia riusciremo a trasportare nella nostra vita.

Il blog è stato un po' un esperimento, se riuscirò farò qualcosa di più completo... chi vivrà vedrà.

Saluto di cuore tutti i visitatori. Buona vita!





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18 novembre 2006

“Sappiate che Egli è vicino, è alle porte"

19 nov. 2006 - 33ª domenica    del tempo ordinario (B)

Dal
vangelo secondo Marco
(
Mc 12,44)
   Disse Gesù ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribo­lazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo.
   Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; così anche voi, quando vedrete ac­cadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
  
Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre».

   Il profondo mutamento del cosmo descritto da Marco tra metafore e realtà annuncia l’imminenza della fine, introducendo così l’ immensa novità: l’apparizione del Figlio sulle nubi apre l’umanità alla dimensione celeste. Non c’è in Marco scena di giudizio, minaccia o condanna; volendo suscitare la speranza e nutrire l’attesa, egli annuncia la vittoria finale. Alle persecuzioni, alla passione, alla “grande tribolazione” si oppone una nuova realtà. L’evangelista considera vicina la parusia (ritorno finale di Gesù) anche se l’ora resta sconosciuta.
   Il tempo dell’attesa si compie, arriva il momento della ricapitolazione di tutto in Cristo. Gli eletti tutti saranno riuniti, nessuno sarà dimenticato. Non si parla di castigo dei nemici né di catastrofi punitive, ma di unificazione. E non ci sarà luogo estraneo a questo, perché dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo gli angeli raduneranno gli uomini attorno a Cristo. È un incontro glorioso. La tribolazione come pane quotidiano per la vita dell’uomo è il segno della venuta del Figlio di Dio. Dispersi all’estremità della terra, lontani gli uni dagli altri, i figli dell’Altissimo saranno radunati dai quattro venti, dal soffio divino che percorre la terra. Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi mentre il nostro sguardo è fisso a terra, alle nostre opere di fango, perduto tra le lacrime della delusione e del fallimento. Quando saremo capaci di alzare lo sguardo dalle nostre misere cose per vederlo arrivare all’orizzonte della nostra storia, la vita si riempirà di luce!
   In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute: Gesù adopera la prospettiva dei profeti apocalit­tici: tra l'annuncio e l'adempimento, il tempo interme­dio è "schiacciato" perché l'ascoltatore resti in tensio­ne. Ogni credente che legge, in qualsiasi tempo, può pensarsi come facente parte di questa generazione. Il quando è un segreto che appartiene a Dio.
          da http://www.ocarm.org/lectio/anno_b/orb33ita.htm

omelia
   Quante volte si è spento il sole, quante volte le stelle sono cadute a grappoli dal cielo, lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni: una disgrazia, la malattia, la morte di una persona cara, una sconfitta nell'amore, un tradimento. Ognuno di noi ha detto almeno una volta: per me è finita. E fu necessario guardare in alto e cercare fra le nubi se veniva il Figlio dell'uomo, se tornava la fede che aveva vacillato, se tornava una luce. E fu necessario ricominciare a vivere, a credere nell'estate che inizia con il quasi nulla, con la prima gemma sul ramo del fico che si fa tenero, come fa il contadino con la sua speranza che è certezza.
   Gesù dice parole d'angoscia, eppure educa alla speranza: se anche il cielo dovesse crollarti addosso, oltre i frantumi del cielo viene un Dio esperto d'amore. Se anche hai davanti un muro di tenebra, tendi le mani, oltre il muro d'ombra una mano forte e sicura afferrerà la tua. Se anche il mondo ti crolla addosso... Nel cuore di molti sembra lievitare lo sgomento per il male che dilaga in forme nuove e antiche. Come reagire? Non con la fuga, ma rimanendo al proprio posto, per quanto umile esso sia, puntando gli occhi verso «coloro che inducono alla giustizia», verso il germoglio di speranza che spunta, verso il Figlio dell'uomo che verrà. Verrà, e non mi importa il tempo; verrà e non mi interessa indovinare il giorno, ma avere mente e cuore che guardano in alto, per invertire la marcia di questa storia che sembra risucchiata verso il basso.
   Il nostro segreto non è in noi, è oltre noi, curvi a cercare un benessere che non ci placa e che ci sfugge. L'uomo di oggi possiede più di tutte le generazioni passate messe insieme, eppure si sente insoddisfatto e diventa avaro. Vive il miracolo della vita e al tempo stesso lo disprezza. Ma davanti a Lui che viene, ognuno, spoglio di tutto, avrà in mano solo il suo cuore d'uomo e sarà interrogato sull'amore.
   Marco parla di stelle che si spengono e cadono dal cielo. Ma il profeta Daniele rilancia: «i saggi risplenderanno, i giusti saranno come stelle», il cielo dell'umanità non sarà mai vuoto. Se anche i vecchi sistemi cadono, uomini giusti e santi si accendono su tutta la terra, salgono al luogo delle luci, e sono coloro che conservano passione per la pace, che inducono alla giustizia. E sono molti, sono legione, sono come le stelle del cielo. E tutti insieme sono il nostro volto futuro, tutti insieme fanno il Suo unico Volto.
          da Ermes Ronchi in http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_2362.htm

   La vita umana è paragonabile ad un viaggio che ha come destinazione l'incontro pieno e definitivo con Dio. Il discorso contenuto nella Parola di Dio di oggi non riguarda la fine della storia, bensì il fine, il senso, il motivo profondo della nostra avventura in questo mondo. Non ci dice quando arriverà la conclusione della vicenda umana e quali strani fenomeni la anticiperanno. Ci incoraggia a non fermarci, a non uscire dalla strada segnata per non allontanarci dalla casa che è sua e nostra; sua perché lui abita lì, nostra perché è andato a prepararci un posto così che possiamo vivere con lui per sempre. Non è questione di tempo, ma di stile di vita. Non ci anticipa i giorni o le settimane in cui avverrà questo, ma ci ricorda come vivere normalmente perché questo incontro sia veramente l'inizio di una festa senza fine, di un giorno senza tramonto.
   La storia umana non è un treno lanciato a tutta velocità verso un binario morto e tanto meno in direzione di un precipizio; ci sta conducendo alla stazione dove siamo attesi, se accettiamo che Dio sia il nostro compagno di viaggio e seguiamo le sue indicazioni. Il fine della storia è la comunione piena con Dio e con quanti hanno accolto questo suo invito. Un invito che viene continuamente riproposto; si tratta solo di essere attenti e cogliere i segnali che la storia ci manda. Gesù ricorda ai suoi che come sono capaci di riconoscere i segnali delle stagioni - il fico che in primavera mette le foglie -, così devono esercitarsi a comprendere i segnali della vicenda in cui sono impegnati e Dio e l'uomo; entrambi desiderosi di farla funzionare bene.
          da Remigio Menegatti in http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_8553.htm

   La Scrittura ci invita ad avere davanti agli occhi questo futuro verso cui siamo diretti: la fine del mondo non è la catastrofe, ma l'instaurazione della città santa che scende dal cielo. Si tratta di una città, ossia di una realtà concreta non astratta, che raccoglie tutti i popoli attorno al loro Signore. Ma questa città santa deve essere seminata già da ora nei nostri giorni, perché possa crescere e trasformare la vita degli uomini a sua immagine.
   Non si tratta di un innesto automatico e facile. Gesù parla anche di opposizioni e persino di tradimenti, insomma di un cammino che richiede vigilanza, attenzione e anche lotta. E tuttavia non manca di assicurare i suoi della sua protezione. C'è quindi la fatica quotidiana che ogni credente deve compiere per costruire il mondo nuovo che Gesù è venuto ad iniziare, ma la perseveranza nell'ascolto del Signore e nella sua sequela sono la garanzia della salvezza, ricordando quanto Gesù ha detto: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".
          da Vincenzo Paglia in http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_2442.htm

P.S. La prossima domenica, festa di Cristo Re, chiude l'anno liturgico. Con tale festa chiuderò anch'io questo blog. E' stato un po' un esperimento, se riuscirò lo "trasporterò" in qualcosa di più completo... chi vivrà vedrà.
Saluto di cuore tutti i visitatori. Buona vita!




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11 novembre 2006

Sembrare o essere persone di fede?

12 nov. 2006 - 32ª domenica    del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)
    In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: «Guar­datevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, rice­vere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagòghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e osten­tano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave». E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quat­trino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
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"due spiccioli, cioè un quattrino" (letteralmente un "quadrante"): erano le monete più piccole messe in circolazione

omelia
    
    Il tema fondamentale del vangelo di oggi si potrebbe dire così: altro è il "sembrare" altro è l'"essere". La fede si colloca nel­la dimensione dell'essere. Gli scribi vivono una fede nell'orizzonte del sembrare. Le loro manifestazioni comportamentali denunciano la propensione alla re­cita, come se la vita fosse un grande teatro. Gesù, ripetutamente li chia­ma "ipocriti", che non significa "fal­si", ma più precisamente "comme­dianti". La vedova, invece, si colloca nella dimensione dell'essere. Per lei l'offerta non è una recita. E' una pri­vazione che si traduce in un dono. Gli scribi e la vedova: due concezio­ni della fede a confronto. C'è chi la recita e c'è chi la vive.

    Con una critica sferzante Gesù denuncia il loro comportamento: sono ipocriti, sono avidi e sfruttano i poveri. La loro religione è il profitto personale: anche nel fare opere buone cercano il loro interesse, sono vittime della cultura dell'apparire. Gesù, al contrario, esalta nella vedova la gratuità, umiltà e distacco: essa si fida di Dio e a Lui si abbandona. 
   Forse noi stessi abbiamo vissuto l'esperienza di dare qualcosa agli altri ed essere segno di generosità e solidarietà, contraddicendo la mentalità del mondo, in cui ognuno pensa solo a se stesso. Se abbiamo vissuto qualcuna di queste esperienze, anche noi siamo entrati nella logica di Gesù.
    Egli oggi è qui per dirci che quel giorno, sedutosi davanti al tesoro del tempio, è rimasto conquistato dalla generosità di una vedova, una donna sola, povera e insignificante. Nel mondo di allora infatti le vedove, assieme agli orfani e agli stranieri, sono la categoria sociale più svantaggiata; relegate ai margini della vita politica e sociale, non hanno nessuno che le protegga e si prenda cura di loro.
    Gesù legge quel gesto nella sua reale portata col giudizio di Dio. "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri". Poco prima Gesù aveva sottolineato la centralità dell'amore con un insegnamento diretto (cfr. Vangelo della scorsa domenica), ora semplicemente vuole che i discepoli guardino un esempio, un gesto che è la traduzione concreta di quel comandamento. Si tratta di un gesto d'amore totale. Le monetine erano due, la donna poteva tenerne una e offrire l'altra, invece dona tutto! Gesù sa che lei compie questo gesto perché nel suo cuore ha trovato spazio un tesoro più grande per il quale vale la pena investire tutto, non solo il superfluo. È lei la figura del discepolo che riconosce la signoria di Dio sui propri beni e sulla propria vita. Libera dall'ansia del possesso, sa di appartenere a Dio e vive per Lui. Mentre il ricco, signore di sé, offre a Dio l'elemosina di ciò che gli avanza, il povero ha Dio come Signore e, dalla sua condizione di ultimo, gli dà tutto ciò che è e che ha, i suoi due spiccioli, i suoi pochi talenti.
    Questa è la logica di Gesù che lo spinge a ribaltare la lettura dei fatti: "In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri".
    Gesù ammira questa donna come colei che ha saputo scegliere il dono totale. Quello stesso dono che Lui ha pienamente realizzato, assumendo la nostra condizione umana e venendo ad abitare in mezzo a noi. Anche Gesù, incarnandosi, ha "giocato" tutti i suoi "spiccioli" a favore dell'uomo.
    A questo punto potremmo porci una domanda: se Gesù oggi si sedesse a guardare lo scenario della nostra vita, dove ci troverebbe? Tra coloro che giocano la loro vita sulla parola di Dio, o tra coloro che calcolano, che cercano di mettere assieme vangelo e immagine, vangelo e profitto?

    Io, tu, tutti abbiamo due spiccioli da condividere: il nostro tempo, le nostre forze, capacità e doni; un sorriso, un po' di gioia con chi è nella tristezza... Tutti possiamo suscitare l'approvazione di Gesù se scegliamo di amare i fratelli, restando, come la vedova, a mani vuote davanti a Dio dopo aver deposto in Lui tutta la nostra fiducia.
    Questa è la logica di Dio, una logica che la vedova ha fatto sua e che, spesso, è la logica dei poveri, è la logica del Vangelo.

(oggi ho tratto da DE ZAN, in Il popolo- settimanale della diocesi di Concordia-Pordenone, 12 novembre 2006,
 
http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_8472.htm
e http://www.qumran2.net/s/parolenuove/commento_2356.htm , con qualche tocco personale).




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3 novembre 2006

Ascolta, per amare davvero!

5 nov. 2006 - 31ª domenica      del tempo ordinario (B)

Dal vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)
   
In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «II primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comanda­mento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vai più di tutti gli olocàusti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

omelia
    Questo è un brano che ci fa bene ascoltare spesso; perché non c’è niente di più grande e contemporaneamente niente di più ambiguo di questo comandamento. Niente di più grande: se viene rettamente inteso, ci rende simili a Dio. Niente di più ambiguo: se viene inteso male, ci fa essere profondamente egoisti.
   
Non a caso, quando Gesù risponde alla domanda dello scriba, cita tutto il testo dell’Antico Testamento; non dice semplicemente “Amerai Dio, amerai il prossimo, amerai te stesso” ma dice prima di tutto “Ascolta”. Ascolta. Quando il Signore ci propone il massimo dei comandamenti, ci obbliga a passare attraverso una zona di introduzione, una specie di pronao, prima di entrare nel comandamento stesso.
   
Domenica scorsa abbiamo prestato attenzione a quella frase stranissima di Gesù detta al cieco di Gerico: “Che cosa vuoi che io ti faccia?” e abbiamo scoperto, dietro a quella frase che sembrerebbe banale, un’attenzione profonda alla persona. Oggi il tema si ripresenta sotto un altro profilo. E’ il tema dell’ascolto, che non indica semplicemente il tema dell’udire. L’ascolto è qualche cosa di più profondo, è qualche cosa attraverso la quale noi possiamo veramente, non fare ciò che ci piace, ma fare ciò che è il bene per l’altro, il bene per noi e il bene che Dio desidera.
   
Amare Dio comporta un rischio. C’è stato in passato qualcuno che ha detto: “Si ama Dio perché non si sa amare nessun altro. E allora ci si rifugia in questa specie di sogno, capace forse di dare tranquillità, ma non di costruire la persona”. Ma Gesù dice senza mezzi termini: “Se mi amate, osservate la mia parola” (cfr. per esempio Gv 15). Il discorso, nei confronti di Dio, è molto semplice: amare Dio significa saper ascoltare quella parola, saperla capir bene, non far dire a quella parola ciò che non ha mai voluto dire, ma capire esattamente qual è il suo messaggio, qual è il suo invito. Amare Dio non è dunque una questione di affetto; c’è anche questo, se Dio concede tale dono. Ma amare Dio significa saper ascoltare la sua parola, leggerla, confrontarsi con essa, capirla, diventare capaci di farla abitare dentro di sé. “Se le mie parole sono in voi, e voi in me, noi siamo una cosa sola” dice il Signore. Sono delle affermazioni che hanno poco di poetico, hanno molto dell’impegno. Un impegno che è anche fiducia, è anche abbandono, ma impegno resta sempre. Amare Dio dunque significa prendere la parola de Signore in mano, cominciare a leggerla - costa fatica - cominciare a confrontarsi. Certe cose si capiscono subito, altre si capiscono a metà, altre forse non si capiscono. Allora si chiede, ci s’informa, si disturbano i preti; i preti sono fatti per questo.
   
E amare il prossimo?
   
Che cosa vuoi che io ti faccia?”. In molti paesi del mondo, anche quelli che noi aiutiamo materialmente, non c’è più, o non c’è soltanto, l’emergenza fame e malattie; c’è l’emergenza cultura e pulizia politica. Anzi, spesso la prima carenza deriva dalla seconda. E’ questa la domanda, che viene sottolineata e fatta emergere ormai da più parti. Allora mandiamo pure riso e coperte, ma ricordiamo che c’è bisogno di qualcosa d’altro. Qualcosa che oggi forse scarseggia anche qui da noi… Se per davvero vogliamo bene al prossimo, dobbiamo avere questo senso di ascolto nei suoi confronti. Se vogliamo bene al bambino e il bambino ci chiede un birillo, non gli dobbiamo regalare un computer, anche se magari i videogiochi a noi sembrano molto più belli che un semplice birillino di legno. Ascoltiamo. Così nel dialogo affettivo tra marito e moglie; impariamo ad ascoltare. E ascoltare significa cercar di capire che voler bene all’altro significa voler bene come all’altro piace, e non come piace a te. Ecco un elemento di grossa ambiguità dietro alla parola “amare”.
   
Le scienze antropologiche oggi ci dicono che  nella persona non esistono misure diverse: una per se stessa, una per gli altri ed una per Dio. Esiste sempre uno stesso meccanismo di ascolto, uno stesso meccanismo di rispetto, uno stesso meccanismo per voler bene. Ciò significa che il nostro primo grande esercizio lo dobbiamo fare con noi. Dobbiamo imparare ad ascoltarci; il non ascoltarci significa porre le fondamenta di un fallimento nei rapporti con gli altri ed anche nei rapporti con Dio. Ascoltare significa “perder tempo” con se stessi, creare delle pause di silenzio; imparare a percepire quel sottile veleno che si chiama rancore, o risentimento, o spirito di vendetta, voglia di fargliela pagare. Ascoltati. E poi pulisciti. E impara ad ascoltare quel senso di serenità profonda dopo un perdono dato; quella serenità profonda di poter dire alla fine della giornata “Male non fare, paura non avere”. Impariamo ad ascoltare quella sicurezza, che non è presunzione, che ci viene quando abbiamo fatto il nostro dovere, fino in fondo, mentre gli altri ci dicevano “Ma chi te lo fa fare?”. Impariamo ad ascoltare questo. Quando avremo imparato ad avere attenzione per il nostro mondo interiore, ci accorgeremo di saper donare a noi stessi tutto quello che ci è necessario per essere persone equilibrate e mature.
   
Ed è da questo esercizio che poi nasce il rispetto, il perdono, l’aiuto nei confronti dell’altro. Perché prima di tutto avremo imparato ad ascoltarlo, come abbiamo ascoltato noi. E saremo fortificati in questo tipo di lavoro, perché abbiamo imparato ad ascoltare Dio, a non fargli dire ciò che ci piace, ma a diventare coppa aperta, dove Dio può versare la sua parola, il suo messaggio. Dove noi impariamo a dire: “Questo è ciò che penso io e questo è ciò che pensa lui”. Confrontiamoci. Molto spesso nelle nostre riflessioni, nei nostri discorsi, c’è una frase che è nello stesso tempo nobile e deleteria: “secondo me”. Quel “secondo me” dice che nessuno vuol imporre niente a nessuno; ma potrebbe anche nascondere la presunzione di dire “per me è così e non voglio che nessuno mi contraddica”. Mentre Dio spesso contraddice certe nostre mentalità. “Le mie vie non sono le vostre vie, i miei pensieri non sono i vostri pensieri…” (Isaia 55).
   
Imparare dunque a chiamare la parola amore con altri termini ci costa fatica, perché ci impegna. E’ molto più facile dire: “Signore, ti prometto di essere buono” perché vuol dire tutto e niente. Molto più difficile dire “Ti prometto di essere giusto” “ti prometto di essere sincero” “ti prometto di essere uomo che perdona”. E’ facile dire “amare Dio, amare il prossimo, amare se stessi”; proviamo a tradurlo. Con la parola perdono, per esempio. Amare significa perdonare il prossimo. E anche avere questo senso di perdono verso se stessi. Significa capire, prima di giudicare; capire noi stessi, prima di giudicarci, come capire l’altro, prima di giudicarlo. Significa anche donare; e Gesù ci ha avvertito: “Non invitare a cena chi può a sua volta ri-invitarti a cena, perché altrimenti, tra te e un pagano, che differenza fa? Invita coloro che non possono restituirti l’invito”: amare significa donare. E donare significa dare, partendo fin da principio con questa chiarezza: se non c’è neanche il grazie di ritorno, mi va bene lo stesso, perché io ho scelto di donare e basta.
   
E’ un atteggiamento di pulizia mentale, e insieme la presa di coscienza che il cristianesimo è un cammino. Un fare un passo alla volta, un andare avanti senza mai dirsi arrivati. In termini più semplici, è un impegno. Non è una cosa automatica, perché viviamo in una società che non ci aiuta in queste cose; ma la parola di Dio continuamente ci richiama. Questa è la nostra strada. Se vogliamo essere cristiani, cerchiamo di percorrerla; ognuno con il proprio ritmo.




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